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di David Conti
Le mille bandiere del fumetto: Noi artisti bambini
In altri Termini n.6, 11.2005 (rivista data in omaggio alla stazione Termini di Roma)
Nell’era di Internet e della Tv interattiva, quale spazio può ritagliarsi il fumetto?
Per stare al passo con le nuove tecnologie ci sono stati diversi tentativi di adattare il fumetto a supporti audiovisivi più alla moda. I risultati non mi hanno mai convinto del tutto e comunque in tutti i casi salta all’occhio che il linguaggio è stato irrimediabilmente snaturato. Le intenzioni pur lodevoli, fatte per arginare la perdita di lettori che procede lenta ma inesorabile, si scontrano con un dato di fatto: il fumetto è destinato a rimanere su supporto cartaceo. Il fumetto è sempre stato un fenomeno quasi fuori dal tempo, basti pensare che anche la tecnica con cui si realizza è rimasta inalterata. Ancor oggi si usano cartoncini, pennelli, pennini, inchiostro di china proprio come cent’anni fa. Non poterlo rinnovare esporrà il fumetto al progressivo allontanamento del pubblico più giovane, bombardato da video-giochi, play-station , Tv interattiva, DVD, sempre più colorati e spettacolari? Fenomeni come quello francese o la rinascita di quello statunitense confermano che, di fronte a prodotti di qualità, i ragazzi sono ancora molto attenti. Anche Disney o Bonelli si danno da fare e ogni tanto scoprono la vena aurifera di qualche fenomeno straordinario, come è stato per Dylan Dog o Witch. Se tutto questo non basterà il fumetto diverrà un prodotto riservato a un pubblico di nicchia. Un pubblico innamorato di quelle atmosfere che solo le vignette con le pipe possono evocare e anche per questo disposto a pagare qualcosa in più.
Cosa significa per te raccontare graficamente una storia?
Come per un attore calarsi nei panni di un personaggio. A seconda del genere di storia si adopererà un linguaggio, uno stile grafico. La difficoltà più grande sta proprio nel resistere al compiacimento grafico fine a se stesso ma adoperarsi perchè la narrazione scorra fluida e gradevole. Se il lettore riesce a farsi rapire dalle atmosfere suggerite dal disegno, se partecipa emotivamente allo svilupparsi della storia, se non può smettere di girare pagina, la magia è riuscita.
Perché a Roma si organizzano tante fiere e mostre dedicate al fumetto? Pura casualità o è la città stessa che stimola disegnatori e lettori?
In effetti Roma è l’unica città a vantare due fiere del fumetto: Expo-Cartoon, diventata ora Roma-Cartoon, e Romics, senza contare le decine di iniziative legate al fumetto, non ultima la bellissima esposizione al Vittoriano di una personale esaustiva di Andrea Pazienza. Roma, grazie anche all’encomiabile attività del nostro sindaco Veltroni, si sta sforzando di valorizzare quest’arte delle nuvole parlanti premiandola con iniziative che ne riconoscono il prestigio. Forse non tutti sanno che il 19 ottobre nel nuovo comprensorio Torrino Mezzocamino sono state inaugurate le targhe toponomastiche dedicate ai grandi creatori del fumetto italiano. Poter camminare a Viale Gianluigi Bonelli, Largo Benito Jacovitti, Viale Hugo Pratt non può che rendermi orgoglioso.
Segui il panorama fumettistico internazionale?
Per quello che posso mi sforzo di tenermi aggiornato su tutta la produzione mondiale: francese, americana, manga. Non ho pregiudiziali. Sono onnivoro e ingurgito tutto, pronto a apprezzare anche le opere da me più lontane. Se hanno in se la scintilla dell’originalità o della bellezza mi conquistano e non sarò più quello di prima. La mia maniera di raccontare sarà stravolta ancora una volta.
Hai lavorato per editori stranieri?
E’ da poco uscito anche in Italia il volume fantasy Elias il maledetto, episodio dal titolo Il gioco dei corpi celesti, che ho realizzato per il mercato francese, per la casa editrice Les Humanoïdes Associés . Mentre in Italia è pubblicata da Vittorio Pavesio Productions. Al suo esordio in campo fumettistico la scrittrice Sylviane Corgiat. All’inizio ho trovato qualche difficoltà . Avevo confidenza solo col fumetto italiano.In Italia il fumetto è popolare. Grandi tirature per un pubblico variegato e, spesso, un poco distratto. Il linguaggio si semplifica e disegnatori geniali e innovativi suscitano ancora indignazione mentre hanno vita facile autori mediocri che possono essere letti senza sforzarsi troppo. In Francia il lettore è attento, più pronto a sperimentare. Si innamora del libro oppure lo contesta, ma è sempre presente e vigile. In Francia viene esaltato l’autore, in Italia più il personaggio dei fumetti.
Per la Disney hai cominciato a scrivere sceneggiature e lasciato la parte grafica ad altri. Cosa si prova ad essere “dall’altra parte”? Lasci spazio ai disegnatori?
Per quanto riguarda la regia il disegnatore ha la massima libertà ma, anche se sono sempre pronto a accettare suggerimenti, sui contenuti ci si deve attenere rigorosamente a quello che richiedo in sceneggiatura. Sai, per la buona riuscita della storia ci si viene sempre incontro. C’è anche da dire che tutti i disegnatori che hanno affrontato una mia sceneggiatura, ancora prima che essere colleghi, sono amici. Il gioco di queste collaborazioni è cominciato con Stefano Intini. La prima esperienza è stata elettrizzante! Sull’onda dell’entusiasmo ho coinvolto maestri del calibro di Cavazzano, Freccero, Faccini. Hanno accettato senza neanche lamentarsi troppo. Io per sdebitarmi ho cercato di creare delle storie su misura per loro. Con Faccini ho sbagliato di due taglie.
Gli altri sceneggiatori, ad esempio alla Bonelli, ti hanno sempre lasciato libero di fare scelte diverse?
Si, ma sempre di regia. Se lo sceneggiatore della Bonelli mi invita a inquadrare una scena dall’alto io posso ritenere opportuno cambiare e scegliere un punto di vista dal basso. Sia chiaro però che quando succede lo si fa per migliorare l’estetica della vignetta o l’immediatezza dell’azione, non per risparmiare lavoro.
Collabori come docente con la Scuola Romana del Fumetto, come giudichi i disegnatori del futuro?
Ci sono molti giovani interessanti. Il mio consiglio è sempre lo stesso: disegnare tanto, disegnare tutto. Non compiacersi del pupazzino imparato a memoria che ripetiamo all’infinito svuotandolo di ogni significato ma rompersi la schiena per confrontarsi con situazioni ostiche e sceneggiature meticolose. Bisogna sempre mettere in discussione quello che si sa fare. Come? Guardando, studiando e, perché no? Copiando gli autori che ne sanno più di noi. Purtroppo non esiste più la gavetta e il livello che si richiede ai giovani per esordire è decisamente alto. Bisogna lavorare sodo per raggiungere dei risultati. Talento e palestra sono due elementi fondamentali irrinunciabili. L’uno non può fare a meno dell’altro.
Cosa consiglieresti a un lettore adulto che volesse avvicinarsi al mondo del fumetto?
Iscriversi a una scuola. E’ la via più immediata per imparare un linguaggio che, come tutti i linguaggi, è basato su delle regole. Se invece si ha una base artistica si può mostrare il proprio materiale in occasione delle fiere fumettistiche o spedendone copia alle case editrici. Il consiglio che posso dare è quelli di proporre poche tavole (dalle tre a un massimo di dieci) di cui almeno un paio mirate alla produzione della casa editrice a cui ci stiamo rivolgendo.

di David Conti
Le mille bandiere del fumetto: Noi artisti bambini
In altri Termini n.6, 11.2005

(rivista data in omaggio alla stazione Termini di Roma)


Nell’era di Internet e della Tv interattiva, quale spazio può ritagliarsi il fumetto?

Per stare al passo con le nuove tecnologie ci sono stati diversi tentativi di adattare il fumetto a supporti audiovisivi più alla moda. I risultati non mi hanno mai convinto del tutto e comunque in tutti i casi salta all’occhio che il linguaggio è stato irrimediabilmente snaturato. Le intenzioni pur lodevoli, fatte per arginare la perdita di lettori che procede lenta ma inesorabile, si scontrano con un dato di fatto: il fumetto è destinato a rimanere su supporto cartaceo. Il fumetto è sempre stato un fenomeno quasi fuori dal tempo, basti pensare che anche la tecnica con cui si realizza è rimasta inalterata. Ancor oggi si usano cartoncini, pennelli, pennini, inchiostro di china proprio come cent’anni fa. Non poterlo rinnovare esporrà il fumetto al progressivo allontanamento del pubblico più giovane, bombardato da video-giochi, play-station , Tv interattiva, DVD, sempre più colorati e spettacolari? Fenomeni come quello francese o la rinascita di quello statunitense confermano che, di fronte a prodotti di qualità, i ragazzi sono ancora molto attenti. Anche Disney o Bonelli si danno da fare e ogni tanto scoprono la vena aurifera di qualche fenomeno straordinario, come è stato per Dylan Dog o Witch. Se tutto questo non basterà il fumetto diverrà un prodotto riservato a un pubblico di nicchia. Un pubblico innamorato di quelle atmosfere che solo le vignette con le pipe possono evocare e anche per questo disposto a pagare qualcosa in più.


Cosa significa per te raccontare graficamente una storia?

Come per un attore calarsi nei panni di un personaggio. A seconda del genere di storia si adopererà un linguaggio, uno stile grafico. La difficoltà più grande sta proprio nel resistere al compiacimento grafico fine a se stesso ma adoperarsi perchè la narrazione scorra fluida e gradevole. Se il lettore riesce a farsi rapire dalle atmosfere suggerite dal disegno, se partecipa emotivamente allo svilupparsi della storia, se non può smettere di girare pagina, la magia è riuscita.


Perché a Roma si organizzano tante fiere e mostre dedicate al fumetto? Pura casualità o è la città stessa che stimola disegnatori e lettori?

In effetti Roma è l’unica città a vantare due fiere del fumetto: Expo-Cartoon, diventata ora Roma-Cartoon, e Romics, senza contare le decine di iniziative legate al fumetto, non ultima la bellissima esposizione al Vittoriano di una personale esaustiva di Andrea Pazienza. Roma, grazie anche all’encomiabile attività del nostro sindaco Veltroni, si sta sforzando di valorizzare quest’arte delle nuvole parlanti premiandola con iniziative che ne riconoscono il prestigio. Forse non tutti sanno che il 19 ottobre nel nuovo comprensorio Torrino Mezzocamino sono state inaugurate le targhe toponomastiche dedicate ai grandi creatori del fumetto italiano. Poter camminare a Viale Gianluigi Bonelli, Largo Benito Jacovitti, Viale Hugo Pratt non può che rendermi orgoglioso.


Segui il panorama fumettistico internazionale?

Per quello che posso mi sforzo di tenermi aggiornato su tutta la produzione mondiale: francese, americana, manga. Non ho pregiudiziali. Sono onnivoro e ingurgito tutto, pronto a apprezzare anche le opere da me più lontane. Se hanno in se la scintilla dell’originalità o della bellezza mi conquistano e non sarò più quello di prima. La mia maniera di raccontare sarà stravolta ancora una volta.


Hai lavorato per editori stranieri?

E’ da poco uscito anche in Italia il volume fantasy Elias il maledetto, episodio dal titolo Il gioco dei corpi celesti, che ho realizzato per il mercato francese, per la casa editrice Les Humanoïdes Associés . Mentre in Italia è pubblicata da Vittorio Pavesio Productions. Al suo esordio in campo fumettistico la scrittrice Sylviane Corgiat. All’inizio ho trovato qualche difficoltà . Avevo confidenza solo col fumetto italiano.In Italia il fumetto è popolare. Grandi tirature per un pubblico variegato e, spesso, un poco distratto. Il linguaggio si semplifica e disegnatori geniali e innovativi suscitano ancora indignazione mentre hanno vita facile autori mediocri che possono essere letti senza sforzarsi troppo. In Francia il lettore è attento, più pronto a sperimentare. Si innamora del libro oppure lo contesta, ma è sempre presente e vigile. In Francia viene esaltato l’autore, in Italia più il personaggio dei fumetti.


Per la Disney hai cominciato a scrivere sceneggiature e lasciato la parte grafica ad altri. Cosa si prova ad essere “dall’altra parte”? Lasci spazio ai disegnatori?

Per quanto riguarda la regia il disegnatore ha la massima libertà ma, anche se sono sempre pronto a accettare suggerimenti, sui contenuti ci si deve attenere rigorosamente a quello che richiedo in sceneggiatura. Sai, per la buona riuscita della storia ci si viene sempre incontro. C’è anche da dire che tutti i disegnatori che hanno affrontato una mia sceneggiatura, ancora prima che essere colleghi, sono amici. Il gioco di queste collaborazioni è cominciato con Stefano Intini. La prima esperienza è stata elettrizzante! Sull’onda dell’entusiasmo ho coinvolto maestri del calibro di Cavazzano, Freccero, Faccini. Hanno accettato senza neanche lamentarsi troppo. Io per sdebitarmi ho cercato di creare delle storie su misura per loro. Con Faccini ho sbagliato di due taglie.


Gli altri sceneggiatori, ad esempio alla Bonelli, ti hanno sempre lasciato libero di fare scelte diverse?

Si, ma sempre di regia. Se lo sceneggiatore della Bonelli mi invita a inquadrare una scena dall’alto io posso ritenere opportuno cambiare e scegliere diversamente. Sia chiaro però che quando succede lo si fa per migliorare l’estetica della vignetta o l’immediatezza dell’azione, non per risparmiare lavoro.


Collabori come docente con la Scuola Romana del Fumetto, come giudichi i disegnatori del futuro?

Ci sono molti giovani interessanti. Il mio consiglio è sempre lo stesso: disegnare tanto, disegnare tutto. Non compiacersi del pupazzino imparato a memoria che ripetiamo all’infinito svuotandolo di ogni significato ma rompersi la schiena per confrontarsi con situazioni ostiche e sceneggiature meticolose. Bisogna sempre mettere in discussione quello che si sa fare. Come? Guardando, studiando e, perché no? Copiando gli autori che ne sanno più di noi. Purtroppo non esiste più la gavetta e il livello che si richiede ai giovani per esordire è decisamente alto. Bisogna lavorare sodo per raggiungere dei risultati. Talento e palestra sono due elementi fondamentali irrinunciabili. L’uno non può fare a meno dell’altro.


Cosa consiglieresti a un lettore adulto che volesse avvicinarsi al mondo del fumetto?

Iscriversi a una scuola. E’ la via più immediata per imparare un linguaggio che, come tutti i linguaggi, è basato su delle regole. Se invece si ha una base artistica si può mostrare il proprio materiale in occasione delle fiere fumettistiche o spedendone copia alle case editrici. Il consiglio che posso dare è quelli di proporre poche tavole (dalle tre a un massimo di dieci) di cui almeno un paio mirate alla produzione della casa editrice a cui ci stiamo rivolgendo.


 

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