Mastantuono senza Erre- Libro 2024
Mastantuono senza Erre- Libro 2024

MASTANTUONO SENZA ERRE
Ci sono libri e ci sono fumetti. I primi, solido esempio di comunicazione erudita, di diffusione della conoscenza attraverso la scrittura, d’arte attraverso il verbo, il graal di parole ordinate e nobili che riscrivono incessantemente i confini della conoscenza espandendoli... E il fumetto? Eh, povero, lui no. Fin da subito gli sono piovuti addosso meritatamente pregiudizi di ogni tipo. Forma d’intrattenimento popolare, prodotto squisitamente commerciale, esca per dementi, guardato con sospetto e inadatto all’avvio alla lettura vera. L’iniziale soppressione dei balloon a favore delle strofette rimate non basta a squalificare a sufficienza la nuvoletta, malsana e antididattica, contraltare funesto della didascalia letteraria, pedagogicamente sana e lasciapassare per dottorati, percorsi ingegneristici e poli professionali d’eccellenza. Il fumetto, ignorante e spavaldo, stradarolo e popolare, non s’arrende. Rilancia. Decennio dopo decennio sopravvive a ogni attacco accademico, a ogni conflitto borghese, a guerre familiari di genitori seri, risoluti e benpensanti che lo vogliono disperdere, disgregare, ridurre a pila cartacea da marcire in cantine umide. Questa aberrante comunicazione a nuvolette, che dovrebbe risultare innaturale per il grezzo connubio di immagini e parole, trova la capacità di attirare i fruitori più disparati. Qualche editore ci casca ma i dubbi restano.
- Riusciranno i lettori a capire che quelle scritte ai lati dei personaggi rappresentano quello che dicono? Riusciranno ad astrarsi al punto da associare due eventi simultanei, parola e immagine?
Domande ingenue. Il lettore di fumetti è una libellula variopinta, un arcobaleno di fantasia, una vampata iridescente, perfettamente in grado di “far finta”! La parola e l’immagine sono l’apice ma il lettore è capace di andare oltre, inventa voci, rumori, atmosfere, stabilisce pause e intermezzi, gestisce tagli e inquadrature, scorci e cambi-scena. Anche nell’interlinea bianca tra una vignetta e l’altra il racconto si articola, si snoda, si definisce. Il lettore di fumetti ha i cromosomi con la pipetta, matura la capacità di astrazione e completamento. Dà un timbro alla voce dei personaggi e impone una cadenza che sarà solo la sua. Le pagine sono a disposizione per essere interpretate e in esse si cela anche molto di chi legge. L’alchimia è completa.
Ogni storia, ogni vignetta, come una pagina di un diario, racconta di una stagione, di uno stato d’animo, di un momento particolare.
Anche per me: l’attesa per l’uscita in edicola della mia prima storia, la promozione a copertinista, le corse per onorare le scadenze, l’insoddisfazione e la curiosità, le iniziali di qualche mio amore tra le scenografie di Paperopoli. Le vignette si susseguono mentre un amico parte, mentre cambio casa e abitudini, mentre divento papà. Tutto nello scrigno della storia delle storie a fumetti.
Se ancora una volta riuscirete magicamente a “far finta”, darete vita a quella “sospensione momentanea dell’incredulità” che potrà consentire di leggere, odorare, mangiare, metabolizzare e vivere il fumetto.
Gli Inizi
Il mio compito è quello di imbrattare fogli bianchi, mi pagano per questo e io lo faccio con l’impeto e l’ossessione di chi non sa fare altro.
In sintesi.
Nasco con la passione per il disegno, e per il latte condensato, e per la cioccolata a taglio, e per Big Jim...ma soprattutto per il disegno. Nel 1965, all’età di tre anni, il mio primo trompe oeil con un gessetto su una porta di casa, lo intitolo “Pinocchio in piedi”. Contavo molto sulla critica benevola di mia madre che invece non coglie il guizzo del genio.
- Povero burattino, non si stancherà?
Commenta.
Non mi perdo d’animo e lo metto seduto. Nasce l’opera “Pinocchio seduto”. Nei cinque anni delle elementari prendo dieci in disegno, come la quasi totalità dei miei compagni di classe. Pur non sottovalutando la concorrenza, proseguo spavaldo. Sono di questo periodo le opere “La mia casa”, “Il letto di zia Pierina”, “Le rondini tornano ai paesi caldi” realizzati a matite colorate, durezza 18H, mescola di raffinata grafite e plasticaccia di risulta, di quelle che per lasciare una tenue traccia di colore si deve operare con vigorosi colpi ben assestati a formare bassorilievi sulle porose pagine dei quaderni a quadretti.
Per il primo fumetto bisogna attendere il 1973. Prende vita “L’Uomo Gatto”, tutto direttamente a biro, senza costruzione a matita. Qualche anatomia inventata e qualche refuso non rovinano lo straordinario impatto emotivo di questo capolavoro di 30 tavole. L’urlo disperato “Ti giro, papà, che ti vendicherò!” nella splash-page centrale, riassume la verve creativa senza confini e la distrazione nei refusi imbarazzanti.
1975, è tempo di scuole superiori. Malgrado la lunghezza del nome, decido di orientarmi verso la sezione disegno dell’Istituto Statale per la Cinematografia e la Televisione, anche se non entrerà mai in nessun curriculum. In quattro anni colleziono manifestazioni, assemblee, auto-gestioni, occupazioni, dibattiti, scioperi e un paio di interrogazioni sul Brunelleschi. Nell’attestato finale, nelle materie artistiche prendo tutti dieci, come alle elementari. Tanta strada e fatica per non cambiare nulla. A saperlo...
Mi faccio le ossa in uno studio di cartoni animati dove mi adopero anche in grafica, scenografia, story-board, slide, model sheet e altre cose che non so scrivere.
Ma procediamo per gradi.
Mio padre era sorvegliante di un comprensorio, manualità zero. Credo di non avergli mai visto neanche appendere un quadro, prendere in mano un cacciavite, una volta, forse, svitò una lampadina, ma forse no. A suo modo era un creativo. Inventava le definizioni che non sapeva nei cruciverba riuscendo a limitare i danni e impartire lezioni di fantasia applicata alle omologazioni nozionistiche dei Sinini e i Bartezzaghi di turno. Mia madre era sicuramente più dotata nelle arti manuali, uncinetto, ferri, cucito, muoveva le mani con eleganza e cura del dettaglio ma niente a che vedere con il disegno. Nessuna contaminazione diretta dunque.
Peccato? Proprio no! Comodo avere un parente nel campo che dà suggerimenti, comodo qualche aiuto tecnico nell’uso dei materiali, comodo qualcuno che afferri con mano sicura il nostro imberbe pugnetto per mostrare la corretta postura e la giusta impostazione, ma vogliamo considerare anche gli svantaggi?
Confrontarsi con l’opera di un genitore professionista quando si è ancora acerbi può risultare deleterio, funesto, demotivante. È talmente enorme la differenza tra il proprio ridicolo bagaglio e quello necessario che si rischia di mortificarsi, di avvilirsi, di trovare quella salita un’impossibile scalata. Un futuro di umiliazioni e lavori frustranti. Ci si lascia andare a pensieri cupi, pessimismo filosofico, sofferenza umana e guardare al significato della vita da una prospettiva desolante che a confronto il malforme poeta di Recanati appare come un giocondo cantore ridanciano:
«Al gener nostro il fato / Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto / Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l'infinita vanità del tutto.»
Ed è allora che la tentazione di virare in direzione di mestieri meno capricciosi diventa irresistibile.
Certo, anche senza un genitore ingombrante può capitare di uscire con le ossa rotte da un confronto con un collega più bravo che vorremmo morto di una morte lunga e dolorosa o un professore che ci umilia con abili tocchi ben assestati che ci spingono nell’abisso della nostra incapacità, ma avere un paragone irraggiungibile sotto gli occhi tutti i giorni è cattiveria insopportabile. Sono sinceramente ammirato da autori come Enrique Breccia o John Romita Junior che sono riusciti a diventare dei solidi professionisti malgrado il faro accecante dei loro padri nella storia nei comics.
Nel mio caso l’imprinting credo sia arrivato dai cartoni animati, di cui ero assiduo divoratore, inebedito dai roboanti lungometraggi Disney, Hanna & Barbera, Warner che planavano maestosi facendo sussultare cuori e fantasia e imponendo lo scacco matto alla mia percezione del mondo.
Nella sala del cinema “Niagara” di Primavalle incontravo Paperino, Gatto Silvestro, Yoghi e Bubu, Willy il coyote, la Pantera Rosa. I corti, nella seconda metà degli anni Sessanta, si potevano vedere accorpati in pellicole di un’ora e mezza sul grande schermo pomeridiano. Non c’era da questionare, ci si sedeva e cominciava il trip. Platea o galleria, tutto era buono nel buio squarciato dal cono di luce cangiante e iridescente.
Io stanziavo puntuale, aderente alla seggiola di ciliegio in terza fila, naso puntato a nord e occhi spalancati tutti da riempire.
All’età di sei anni la decisione a cui Evelina, mia madre, non potè più sottrarsi. Un contratto verbale vincolante che l’obbligava al rispetto di alcune clausole:
- A: Avvio Operazione America. Stima dei costi effettivi (due milioni di lire circa).
- B: Accantonamento premio Operazione America fino al raggiungimento della cifra equivalente (due milioni di lire circa, appunto) in anni undici (11).
-C: Allo scadere del termine (anni 11) viaggio in America e acquisto di numero due biglietti di aereo in economy, andata e ritorno, per me e Evelina (un milione di lire circa, la metà).
-D: Operazione America! Acquisto di Pluto e Topolino (un milione di lire circa, l’altra metà).
-E: Viaggio di ritorno con le proprietà di Pluto e Topolino.
Si concludeva l’accordo con una postilla.
- Si raccomanda l’acquisto di Pluto e Topolino “VERI”, riferimento cartoni animati. No “imitazioni patetiche” parchi Disney, evitare capoccioni inespressivi, occhi fissi e proporzioni improbabili.
Stupidi pupazzi di pelouche… Ero piccolo, mica tonto!
Nel frattempo alle elementari cominciavo a rendermi conto che vedevo il mondo con occhi diversi dagli altri bambini. Emilio si avvicinava curioso.
- Giovane Corradino, il tuo disegno è strano!
- Compagnuccio delle elementari, trovi forse la mia opera brutta?
- Non brutta...Strana, ti ho detto! Per esempio, perchè la casa che hai disegnato è interrata?
- Ingenuo fanciullo che indossi sandaletti coi buchi, l’edificio a cui fai riferimento è sotto la linea dell’orizzonte perchè tengo spontaneamente conto della profondità degli oggetti e quale spazio occupano su un piano inclinato... Si chiama prospettiva!
- ...E le macchie scure alla base di ogni oggetto? Forse hai pasticciato appoggiando la mano senza avvederti che era bagnata o, peggio, sudata?
- La teoria delle ombre è una parte della geometria descrittiva che si occupa di rappresentare l'ombra prodotta dal solido rispetto ad alcune fonti di luce.
- Ah!... Allora quel punto in alto al foglio rappresenta il fulcro da cui far partire gli assi prospettici dei raggi?
- No! Quella è una caccola!
Questa “disposizione naturale” fu presto notata dall’intero corpo docente. Disegni strutturati e inattaccabili si mostravano per la prima volta davanti ai loro occhi increduli.
- Mastrantuono, l-li hai fatti tu?
- Mastantuono senza erre...sì, chi altri?
Una luce irradiò la stanza e un quartetto d’archi diffuse l’overture di Brahms. Nell’aula si diffusero rapsodie d’immagini e composizioni seduttive. Dove fino a un attimo prima imperversava l’ovvietà, improvvisamente dei genomi riprogrammati sostituirono i mondi reali e banali con i miei disegni a pastello, semplici e perfetti. Il loro spettro solare era una suggestione che rapiva i sensi, prendeva per mano accompagnando in viaggi costruiti per l’estasi di chi guarda. Lunghi istanti in cui il cuore dei maestri si fermò.
Nella pausa silente e contemplativa sorridevo affabile, raccontando di come io disegnassi solo a tempo perso, molto preso dagli studi della tabellina del sette e dalle imprese eroiche di Giulio Cesare, con riflessioni e approfondimenti sugli spifferi d’aria sofferti dalla sua lorica, soprattutto sulla schiena.
- Molla e punta tutto, senza esitazione, sul disegno!
Li guardai perplesso. Sapevano di apparire degli esaltati e si dettero un contegno.
- C-certo, c’è da lavorare...
- ...Qualche ritocco qua e là!...
- ...Ma il talento è indiscutibile!
- Magari potrei migliorarmi prendendo delle lezioni per affinare la tecnica!
Aggiunsi umile e propositivo.
A Calindri, maestro di disegno, cedettero i nervi.
- NOOO! Tu in quelle scuole non devi mettere piede...MAI! Al limite solo per insegnare! Possibile che tu non lo capisca?
Scoppiò in lacrime battendosi i pugni sul petto. Gli altri lo sorressero. Sembrava una scena di “Via col vento”. La colonna sonora del film di Max Steiner accompagnò adeguatamente il drama, poi sfumò leggero per fare posto ai titoli di coda. Mi allontanai con discrezione volgendomi un’ultima volta verso il maestro sconvolto che mi lanciò un’occhiataccia puntandomi minaccioso il dito.
- Niente scuole d’arte, ricorda! Non ne hai bisogno!”.
Mia madre, senza sapere, nulla, qualche anno dopo seguì inconsapevolmente la rigida linea programmatica fornita dal Calindri ma partendo da presupposti completamente diversi: niente Liceo Artistico perchè offre prospettive limitate. Meglio un Liceo Scientifico. Evelina era una donna pratica... (Continua)
